« Benedetta tu, che hai creduto! »: Elisabetta saluta cosÌ Maria. L'atto di fede con cui ella è divenuta la porta attraverso la quale Dio entra nel mondo e fa spazio cosÌ alla speranza di colui che è il «Benedetto» in lei è un atto di obbedienza: « Accada di me secondo la tua parola », in tutto il mio essere io sono disponibile a servire la tua volontà.
In Maria, «fede» significa mettersi a disposizione, dire di sì. Nell'atto della fede ella offre a Dio la sua personale esistenza come «luogo» in cui Dio stesso può operare. La fede non è un atteggiamento accanto ad altri, bensì è il discorso di tutto quanto il proprio essere, in atteggiamento di apertura alla volontà di Dio e cosÌ alla volontà di Colui che è la Verità e l'Amore.
Nella sua enciclica mariana, Giovanni Paolo II ha spiegato in un modo meravigliosamente profondo questa fede di Maria [ ... ]. Da quest'enciclica mi permetto di cogliere due aspetti, che possono condurci a una più profonda comprensione della sua fede, e di qui a una comprensione più generale della fede come obbedienza. In primo luogo il riferimento al salmo 40 (vv. 6-8), nel quale la lettera agli Ebrei vede espresso l'atto di fondamentale obbedienza di Gesù al Padre che si compie nell'incarnazione e sulla croce: « Non hai voluto sacrificio né oblazione, e tu pure mi hai dato la vita ... Ecco, io vengo, o Signore, per fare la tua volontà ». Pronunciando il suo sì alla nascita dal suo grembo del Figlio di Dio, per opera dello Spirito Santo, Maria mette a disposizione il suo corpo, tutto il suo essere come «luogo» in cui Dio medesimo è all'opera. In questa sua affermazione la volontà di Maria viene a coincidere con quella del Figlio. È nella consonanza di questo « sì, tu mi hai dato la vita» che l'incarnazione e la nascita di Dio divengono possibili. Perché Dio possa entrare nel mondo, perché la sua nascita possa accadere, deve attuarsi sempre di nuovo questo « sì» mariano: quest'accordo della nostra volontà con la volontà di Dio.
Sulla croce questa situazione si ripete in modo nuovo e definitivo. Non c'è più nulla dello splendore di gloria del padre Davide, di cui aveva parlato la promessa fatta a Israele. La fede si trova gettata in una condizione di totale oscurità, come è stato per Abramo. «Tu mi hai dato la vita: ecco, io vengo », ora quest'espressione di disponibilità viene presa totalmente sul serio: proprio l'oscurità in cui Maria si trova è la piena comunione di volontà con il Figlio. La fede è comunione nella croce, e sulla croce soltanto essa si realizza a pieno: il luogo dell'ultima disperazione è la vera e propria sorgente da cui sgorga la redenzione.
Mi pare che per parte nostra sia necessario imparare nuovamente, e a fondo, il significato di questa centralità religiosa della croce. Essa può esserci apparsa come qualcosa di eccessivamente «passivo» e di troppo «pessimistico» o «sentimentale »; ma se non facciamo esercizio della croce, come potremo reggerla nel momento in cui ci sarà caricata sulle spalle? Un amico che per anni è stato costretto alla dialisi renale e che ha potuto sperimentare come, passo per passo, la vita gli è stata sottratta di mano, mi ha raccontato una volta che egli da bambino aveva amato in modo particolare la Via crucis e che poi, anche più in là negli anni, l'aveva pregata di buon grado e con partecipazione sincera. Quando poi aveva appreso la terribile diagnosi, era rimasto dapprima come stordito, ma poi improvvisamente si era reso conto: ora si faceva «serio» quel « sì », che egli aveva sempre recitato nella preghiera, « ora anche tu potevi davvero incamminarti con Gesù, e esser da lui incorporato alla sua Via crucis ». In questo modo egli aveva ritrovato quella serenità che fino all'ultimo si è sprigionata da lui e ci ha permesso di contemplare lo spettacolo luminoso della sua fede.
Vorrei dunque concludere con le parole di Romano Guardini: noi dobbiamo di nuovo imparare « quale forza liberatrice vi è nel superamento di sé; come la sofferenza, intimamente accettata e accolta, trasforma l'uomo; e come ogni crescita in tutto ciò che è essenziale non dipende solo dall'impegno e dal lavoro, ma anche dal sacrificio liberamente offerto ».
(Ratzinger - Intervento al Forum cattolico di Dresda, 10 luglio 1987)