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 Rassegna Stampa: I ragazzi non devono pregare

La Questione Cultura(Tempi.it - 5.6.2008) - Perfettamente riassunti nel grido della preside: «I ragazzi non devono pregare», ci sono molti dei guai dell’Italia di oggi. Il grido dimostra come la crisi educativa affondi le sue radici in un autoritarismo senza limiti, perché pretende di decidere delle manifestazioni più personali e profonde dei ragazzi, come appunto la preghiera al Padre. Nessuno, secondo queste autorità deboli e quindi intolleranti, deve pregare. Non per rispetto ai musulmani o agli ebrei, che pregano anch’essi il Padre, cercandone l’alleanza. Ma perché pensano che un forte rapporto col Padre limiterebbe il loro potere. In questo, hanno ragione.

 

«I ragazzi non devono pregare» - di Claudio Risé

Una giornata di metà maggio, a Teolo, nei Colli Euganei. In piazza Mercato, si sta per concludere la Festa dello Sport, cui ha partecipato tutto il paese, in testa i giovani delle scuole.

Prima di dare la benedizione al paese e ai suoi giovani atleti, il parroco, don Claudio Savoldo, inizia a dire: «Padre nostro…». La preside dell’Istituto comprensivo di Teolo insorge: «I ragazzi non devono pregare, non mettetemi in difficoltà». Il silenzio gela l’atmosfera di festa, si alzano sguardi perplessi, arrabbiati. La preside forse si rende conto di non poter zittire la preghiera corale di un intero paese e, seccata, aggiunge: «Se volete fatelo voi». I ragazzi, e tutto il paese, continuano, e la preghiera si compie.

In questo episodio, che ha trasformato la consegna di due motopompe e un pulmino (conclusione della festa) in un caso politico, con interrogazioni in Consiglio comunale e costernazione dei cittadini, ci sono molti dei guai dell’Italia di oggi. Innanzitutto la crisi della scuola italiana, perfettamente riassunta nel grido della preside: «I ragazzi non devono pregare».

Il grido dimostra come la crisi educativa affondi le sue radici in un autoritarismo senza limiti, perché pretende di decidere delle manifestazioni più personali e profonde dei ragazzi, come appunto la preghiera al Padre, in uno spazio per giunta esterno alla scuola, la piazza del paese. Questo autoritarismo teme che i giovani trovino un rapporto personale, e insieme corale, con il resto della popolazione, con Dio, e che di quel rapporto si nutrano e in esso crescano. Un preside geloso di Dio è una figura antieducativa, perché non rispetta la libertà di ricerca (che è anche – innanzitutto – ricerca di Dio) e perché simula un’onnipotenza che naturalmente non possiede. Crea danni tanto più forti quanto più rompe i rapporti sociali, per esempio tra gli studenti e gli altri membri della comunità: gli adulti, i lavoratori, che naturalmente pregano. Come hanno sempre fatto e sempre faranno, malgrado interi regimi si siano dedicati per decenni a rompere quel legame, quella fede, quella ricerca, quel colloquio. Non solo i regimi totalitari.

Ricordo, anni fa, un incontro antiabortista sul sagrato di Notre-Dame, a Parigi. Ci saranno state un centinaio di persone, e il doppio di agenti schierati davanti a loro con bardature antisommossa, pronti ad attaccarli se avessero criticato la legge di Stato che consente l’aborto. Il leader riconosciuto del gruppo, un medico molto anziano e dolcissimo, molto amato, si inginocchiò e incominciò a dire il Padre nostro: tutti si inginocchiarono e pregarono con lui. La polizia vide che non ci sarebbe stata alcuna contestazione, bensì una preghiera collettiva. Rimase un attimo interdetta, poi caricò ugualmente, con grande durezza. L’anziano medico fu ferito pesantemente, medicato e portato in prigione per diverse settimane.

Si tratta della stessa immaginaria “legalità repubblicana” che fa gridare alla preside: i ragazzi non devono pregare. Nessuno, secondo queste autorità deboli e quindi intolleranti, deve pregare. Non per rispetto ai musulmani o agli ebrei, che pregano anch’essi il Padre, cercandone l’alleanza. Ma perché pensano che un forte rapporto col Padre limiterebbe il loro potere. In questo, hanno ragione.

LINK: Il Blog di Claudio Risé

 




 

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