(www.chiesadomestica.net - 20.1.2009) - Oggi "Si assiste alla realizzazione di un 'reale universo virtuale'. In un ambiente culturale, in cui i "singoli rescindono i legami con il territorio circostante, salvo poi moltiplicare le connessioni", la chiesa si chiede invece: "E' giusto continuare a contrapporre il virtuale al reale? E in che modo le due esperienze, obiettivamente diverse, possono integrarsi?" E, soprattutto, per i credenti: "In che modo è possibile avere in Rete una fisionomia riconoscibile senza per questo assumere linguaggi scontati, o indecifrabili? Come dobbiamo essere noi stessi, fino in fondo, senza per questo assumere uno stile linguistico desueto, ripetitivo?"
Così don Domenico Pompili, Comunicazioni sociali della CEI, in apertura del convegno Chiesa in Rete 2.0, ieri a Roma: “Ad Assisi nel 2000 ci si incontrò la prima volta per prendere atto – come si disse - di un’attenzione diffusa e consistente del mondo cattolico verso le nuove tecnologie. E così nel 2001 a Roma e nel 2002 a Milano all’interno di un approfondito convegno, intitolato “Internet: un nuovo forum per proclamare il Vangelo. Le opportunità della rete per incontrare l’uomo di oggi”, si volle tornare sulla questione che cominciava a suscitare non più semplice curiosità, ma ormai a modificare il nostro vivere quotidiano.”
In Internet si gioca una partita importante dell’umano. “Non sono mancati peraltro in questi anni pertinenti pronunciamenti da parte del Magistero. Ultimo in ordine di tempo, l’annunciato Messaggio per la prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni sociali:”Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia” che lascia chiaramente immaginare – e in modo dichiaratamente pro-positivo – che in questo ambito si gioca una partita importante dell’umano.”
Si assiste alla realizzazione di un “reale universo virtuale”. “E oggi siamo di nuovo insieme perché siamo ormai al tempo del Web 2.0. Siamo passati cioè dalla semplice fruizione di contenuti elaborati da altri (come avveniva sostanzialmente nel Web 1.0) alla costruzione e condivisione degli stessi (come suggerisce l’esplosione dei blog), per arrivare ai nostri giorni in cui si assiste alla realizzazione di un “reale universo virtuale”, non necessariamente alternativo al mondo fisico reale. Era dunque tempo di rivedersi, anche se solo dopo pochi anni, ma quasi un’era geologica in questo ambito. E rifare il punto.”
Digital native e digital immigrant. “Lo faremo il punto, peraltro, a partire da una consapevolezza. Questa: noi non siamo – secondo la nota metafora di Marc Prensky – dei digital native, come tutti i bambini che sono nati dopo la diffusione di Internet, in pratica i nostri teenagers. Noi siamo probabilmente le ultime generazioni dell’era Gutemberg – appunto degli ‘immigranti digitali’ – perché non siamo nati in una società multischermo e non siamo cresciuti, alimentandoci a questa nuova modalità di ‘fare esperienza’, che plasma l’intelligenza ed orienta la stessa dinamica affettivo-relazionale.”
Essere davvero contemporanei richiede una sorta di distanza dall’oggetto. “Quel che potrebbe essere uno svantaggio - e in parte tale rimane - potrebbe però rivelarsi, a ben guardare, un vantaggio per entrare in maniera più critica ed avvertita dentro un mondo decisivo. Del resto “sempre, là dove le conquiste tecniche iniziano a intervenire, modificandoli, sugli stili di vita, si sviluppa rapidamente attorno ad esse una certa aura di sacralità. Non c’è da meravigliarsi: lo sbalordimento, la confusione, e certo anche la paura che da esse proviene rispondono ai criteri basilari della fenomenologia religiosa: agiscono come Fascinosum e Tremendum”, ha scritto Klaus Müller (cfr. A. FABRIS, Etica del virtuale, Milano 2007, 35).”
“Proprio la nostra condizione di immigranti digitali ci aiuterà a valutare meglio questa nuova condizione, confermando l’intuizione di Kierkegaard per il quale essere davvero contemporanei richiede una sorta di distanza dall’oggetto, senza lasciarci appiattire su di esso.”
Le domande attuali. “La prima verte comprensibilmente sulla relazione tra virtuale e reale. E suona così: è giusto continuare a contrapporre il virtuale al reale? E d’altra parte in che modo le due esperienze, obiettivamente diverse, possono integrarsi? Non vi è dubbio che ci siano in giro difensori entusiasti del virtuale che tendono a minimizzare il suo impatto, così come vi sono ostinati detrattori del virtuale che vorrebbe descriverlo necessariamente come antitesi all’umano.”
“La seconda domanda è relativa a questo nuovo individualismo che cresce e che il sociologo spagnolo Castells non ha esitato a definire ‘networked individualism’ per evocare singoli che rescindono i legami con il territorio circostante, salvo poi moltiplicare le connessioni, magari su Facebook. Mi chiedo in che modo questo individualismo interconnesso ridisegna il territorio umano e dunque la dinamica relazionale?”
Identità e linguaggio. “In che modo è possibile avere in Rete una fisionomia riconoscibile senza per questo assumere linguaggi scontati, indecifrabili? Non vi è dubbio che – come sicuramente ci attesterà anche la ricerca di Internet e Parrocchia – è cresciuto il rapporto con la Rete, ma la domanda resta: come dobbiamo essere noi stessi, fino in fondo, senza per questo assumere uno stile linguistico desueto, ripetitivo?
“Mi ha colpito un’affermazione di Robert Delaunay, citata da Merleau-Ponty ne L'Occhio e lo spirito: “Sono a Pietroburgo nel mio letto; a Parigi i miei occhi vedono il sole” (cfr. R., DIODATO, Estetica del virtuale, Milano, 2005). Le ore trascorse in questo nuovo ed accogliente Auditorium ci diano modo - questo il mio augurio - di ricomporre il puzzle della nostra esistenza e perfino della nostra corporeità, mettendo di nuovo insieme almeno i piedi e gli occhi.”
LINKS:
>Ufficio Comunicazioni Sociali CEI
>Segui il convegno in rete