 | Difesa della Vita: Trecentonove ore di crudeltà. Intervista a Bobby Schindler |
(ilgiornale.it - 5.2.2009) - Trecentonove ore di agonia. Sotto gli occhi di tutti. Quasi tredici giorni. «Si è disidratata lentamente. È stato orribile, impressionante. Nessuna persona dovrebbe essere sottoposta a un’esperienza così terribile È stata una crudeltà assoluta. Negli Stati Uniti se ti comporti così con un animale finisci in galera. Ma l’hanno fatto a una persona, a mia sorella. E l’unica cosa di cui aveva bisogno era essere accudita, con amore» - di Eleonora Barbieri
«Nessuno merita la fine orribile che fece mia sorella» Intervista a Bobby Schindler: «Si è disidratata lentamente Una crudeltà. Spero che il padre di Eluana cambi idea» - di Eleonora Barbieri
Che cosa ricorda di quei giorni, quando hanno staccato il sondino a sua sorella Terri?
«Si è disidratata lentamente. È stato orribile, impressionante. Nessuna persona dovrebbe essere sottoposta a un’esperienza così terribile. E soprattutto nessuna famiglia, nessun genitore dovrebbe mai vedere il proprio figlio morire così. I miei genitori non potranno mai dimenticare. È stata una crudeltà assoluta. Negli Stati Uniti se ti comporti così con un animale finisci in galera. Ma l’hanno fatto a una persona, a mia sorella. E l’unica cosa di cui aveva bisogno era essere accudita, con amore».
Ha sentito parlare di Eluana?
«Sì, certo. La Terri Foundation se n’è occupata, seguiamo il suo caso da vicino».
Che ne pensa?
«Sono molto triste per quello che sta succedendo. Il mio pensiero va al padre di Eluana. Capiamo la sua situazione, quanto è difficile. Ma con le persone come lei e mia sorella dobbiamo solo essere molto compassionevoli, accudirle: Eluana non sta morendo, ha solo bisogno di cure molto basilari, acqua e cibo. È impensabile togliere acqua e cibo a una persona».
Nel vostro caso era il marito di Terri a voler staccare la spina, lei e i suoi genitori eravate assolutamente contrari. Qui in Italia è il papà di Eluana a combattere per interrompere l’alimentazione. Come considera questa battaglia?
«Le persone come Eluana e Terri hanno bisogno di attenzioni, di cure. Ma non ci può essere alcuna giustificazione per far mancare cibo e acqua, nessuna. Agire così significa mandare un messaggio orribile su come trattiamo le persone con una disabilità. E poi bisogna dirlo chiaro: morire per disidratazione è una sofferenza inimmaginabile, tremenda. Nessuno vuol mostrare le foto delle persone che muoiono così, altrimenti l’opinione pubblica sarebbe indignata».
Per lei questo è uccidere una persona, senza ombra di dubbio?
«In qualunque modo si provi a descriverlo, l’acqua è l’unica cosa di cui abbiano bisogno. Ora, se togli acqua e cibo a una persona, come lo chiami?».
Qualcuno sostiene che chi si trova in questo stato non sia più una persona, ma un vegetale. Che cosa risponde?
«Chiamarli vegetali è offensivo. E poi quello che un individuo è in grado o meno di fare non può determinare il fatto che debba vivere o morire. Non parlo di Eluana o di Terri. Parlo di tutti noi, parlo di come trattiamo una persona malata: che cosa fai, la curi oppure cerchi qualsiasi scusa per ucciderla? Perché dire che può non fare questo o quello è soltanto una scusa. Negli Stati Uniti ogni giorno muoiono persone come Eluana: non vengono accettate».
Perché?
«Per ragioni economiche, perché sono persone scomode, perché è difficile comprendere la tragedia della malattia, della disabilità. Così decidiamo se una persona debba vivere o morire in base alla qualità della sua vita: ma questo non può essere il criterio, altrimenti dove ti fermi?».
La sua famiglia è religiosa?
«Sì, siamo cattolici. Prendiamo la fede molto seriamente. L’aspetto religioso conta, ma si può considerare anche come una battaglia per l’uguaglianza: siamo tutti uguali, visto che siamo uomini? E allora perché dobbiamo fare un’eccezione per i disabili? Il fatto che Eluana abbia una disabilità non diminuisce in alcun modo il suo valore come persona, la sua qualità di essere umano. La sua vita deve essere difesa».
Ha mai pensato di venire in Italia per Eluana?
«Sì, ci ho riflettuto a lungo. Vorrei venire, ma non so se serva a questo punto. Preghiamo per il papà, perché cambi idea».
Gli ha mai parlato?
«No, mai. Noi saremmo anche disposti a curare Eluana, ma so che non è questo il problema: molti si sono già offerti».
Che cosa direbbe al papà di Eluana?
«Capisco come possa sentirsi per la figlia, ma lei ha bisogno della nostra attenzione, del nostro amore. Non può decidere di farla morire. Non possiamo uccidere le persone che amiamo. Per la mia famiglia è stato tremendo vedere Terri in quelle condizioni per tanti anni, ma non abbiamo mai pensato di farla morire, nemmeno per un secondo».
C’è chi assicura che Eluana non soffrirà. Che dice?
«È una gigantesca bugia. Chiunque lo dica, mente. Lo dico per esperienza personale: mia sorella ha sofferto terribilmente, non si può nemmeno immaginare quello che ha passato. A nessuna famiglia dovrebbe toccare in sorte di vedere tutto quel dolore. È stata una morte orribile, terrificante. Non l’abbiamo immaginata, l’abbiamo vista coi nostri occhi. Per questo oggi prego, per Eluana e per il suo papà».
Sua sorella Terri è morta dopo. Senza cibo, senza acqua. In mondovisione. Ha sofferto sotto gli occhi di tutti, dal suo letto in una clinica della Florida. Bobby, suo fratello, era là, coi genitori Robert e Mary Schindler. Entrava in quella stanza del Woodside Hospice di Pinellas Park quando Michael Schiavo, il marito di Terri, glielo permetteva. Il 31 marzo 2005 il calvario è finito. E dopo la morte della sorella Bobby ha creato la Terri Schindler Schiavo Foundation: «Aiutiamo le famiglie a combattere per chi non può combattere da solo». Parla al telefono dalla Fondazione, a St. Petersburg, in Florida.
giovedì 05 febbraio 2009
>ilgiornale.it
APPROFONDIMENTO
Prof.Pessina: "L’idea che la soluzione a questi problemi possa venire soltanto dall’introduzione del testamento biologico è perlomeno discutibile, perché al di là dei desideri del singolo cittadino, è necessario sapere a quali criteri oggettivi si ispira l’assistenza sanitaria nazionale, quali garanzie di tutela e di non discriminazione sono date a coloro che non intendono fare il testamento biologico, o che, per età, condizioni patologiche, condizioni culturali, non lo faranno mai: la scelta di essere curati sempre verrà stigmatizzata come irrazionale? O lasceremo che ogni singolo caso venga arbitrariamente deciso secondo le prospettive etiche dei singoli tutori? Quali garanzie di non discriminazione e di reale tutela delle persone che non sono autosufficienti a livello fisico o psichico possono essere fornite laddove prevalessero l’opinione, l’emozione, i disagi esistenziali e le sofferenze di quanti dovrebbero prendersene cura?"
CENTRO DI ATENEO DI BIOETICA DELL’UNIVERSITÀ CATTOLICA
Nota in merito al caso Englaro
e ai problemi di assistenza socio-sanitaria
04/02/2009
Il Centro di Ateneo di Bioetica dell’Università Cattolica, diretto dal prof. Adriano Pessina, in merito al caso Englaro e ai problemi si assistenza socio-sanitaria dichiara:
Il Caso Englaro nei suoi aspetti etici, clinici, giuridici, politici, ha aperto problemi nuovi alla società civile. Si profilano di fatto dei cambiamenti che interessano il rapporto tra medico e paziente nelle prassi di cura, che mettono in discussione il tema dell’indisponibilità della vita come principio costituzionale, che tendono quasi ad attribuire ai tribunali un potere legislativo sul modello del common law, estraneo alla tradizione giuridica italiana, che mettono in discussione l’impostazione dell’assistenza socio-sanitaria nazionale e il riconoscimento dei diritti delle persone con disabilità. L’idea che la soluzione a questi problemi possa venire soltanto dall’introduzione del testamento biologico è perlomeno discutibile, perché al di là dei desideri del singolo cittadino, è necessario sapere a quali criteri oggettivi si ispira l’assistenza sanitaria nazionale, quali garanzie di tutela e di non discriminazione sono date a coloro che non intendono fare il testamento biologico, o che, per età, condizioni patologiche, condizioni culturali, non lo faranno mai: la scelta di essere curati indipendentemente dalle condizioni mentali contingenti o permanenti verrà stigmatizzata come irrazionale? O lasceremo che ogni singolo caso venga arbitrariamente deciso secondo le prospettive etiche dei singoli tutori? Nel caso Eluana sono riecheggiate frasi come “vita non degna di essere vissuta” e sono stati formulati giudizi sconcertanti sulla stessa morte, al punto che Eluana sarebbe nello stesso tempo morta 17 anni fa e però dovrebbe essere, oggi, lasciata morire di morte naturale. Quali garanzie di non discriminazione e di reale tutela delle persone che non sono autosufficienti a livello fisico o psichico possono essere fornite laddove prevalessero l’opinione, l’emozione, i disagi esistenziali e le sofferenze di quanti dovrebbero prendersene cura? >il potere smisurato dei luoghi comuni, strumentalizzati ad arte
Nessuno si illuda di mettere il bavaglio alla coscienza e all’intelligenza dei cittadini. Né di limitare la libertà di pensiero e di parola di quanti temono, credenti o non credenti, che si stiano ponendo le premesse per uno stato etico che può decidere quando una vita è o no degna di essere vissuta, o per quanti anni una persona in stato vegetativo possa o no essere assistita. Tutto ciò con il paravento della laicità e della libertà dell’individuo. La laicità diventa ideologia quando cessa di essere un metodo di confronto e pretende di farsi interprete univoca del senso della cittadinanza e introduce un concetto arbitrario di vita e di morte, che non ha alcun riferimento con i parametri dell’accertamento scientifico ma con la valutazione della qualità della vita. I cattolici hanno tutto il diritto di esprimere, come cittadini italiani, le loro preoccupazioni nei confronti di un caso che non attiene alla sfera privata dei singoli, o alla dimensione della coscienza morale individuale, ma alla politica sociosanitaria italiana, allo stato di diritto, alla questione centrale dell’indisponibilità della vita come garanzia di non discriminazione tra i cittadini in forza della loro condizione patologica. Non ci sono ragioni cattoliche, ma soltanto ragioni. Da questo punto di vista, non ha alcun senso cercare di trasformare questo dibattito in un confronto tra credenti e non credenti, perché ciò che è in gioco è il significato della cittadinanza e del tipo di democrazia che intendiamo difendere.
>unicatt.it
LINKS:
>Il potere smisurato dei luoghi comuni, strumentalizzati ad arte
>MARGHERITA COLETTA: è giunto il momento di dare voce a Eluana
>Eluana non voleva morire. Ora soffre lontano dal suo ambiente
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