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UNA LITURGIA DAL “SAPORE DOMESTICO”

Aggiornamento: lug 9

di Morena Baldacci

Articolo


1. INTRODUZIONE


Il vuoto delle Chiese provocato dall'imprevedibile lockdown, ha interrotto bruscamente le abituali forme di vita cristiana, prima tra tutte, il radunarsi in assemblea per la celebrazione dell’eucaristia domenicale e la comunità ha ripiegato su due nuove espressioni del noi ecclesiale: il web e la preghiera domestica[1]. Il tema della famiglia quale piccola Chiesa, riscoperto con il concilio Vaticano II (cf. LG 11; AA 11; GS 48; GE 3), ha trovato improvvisamente rilancio. Le case sono diventate per molti cristiani lo spazio ritrovato e legittimato della fede, fino ad ora delegato in modo quasi esclusivo alla parrocchia e l’opportunità di un superamento del funzionamento monodirezionale della proposta pastorale[2]. Sono fiorite, in brevissimo tempo, proposte di celebrazioni familiari di diverso genere, soprattutto in occasione delle feste e nei tempi forti dell’anno liturgico e molte famiglie hanno ritrovato il gusto per una ritualità domestica, più flessibile e di facile accesso[3]. Ma non per tutti è stato così. In quelle case dove l’esperienza di fede era un elemento del tutto assente, non è stata certamente la crisi pandemica a farla spuntare dal nulla! Mentre, laddove qualche scintilla di spiritualità, di senso religioso, covava sotto le ceneri, si è risvegliato qualcosa di nuovo e inaspettato che, ci auspichiamo, non venga dimenticato. D’altro canto, non sempre le famiglie si sono sentite all'altezza del compito a cui son state delegate, sia dalla catechesi, come dalla liturgia. Infatti, sarebbe ingenuo pensare che moltiplicando semplicemente i sussidi si possa generare una liturgia domestica lì dove non è mai stata praticata, perciò, come afferma Michele Roselli:


Non sempre i genitori o le famiglie si ritrovano in proposte di preghiera o di catechesi domestica a cui non sono abituati, talvolta hanno un rapporto piuttosto distaccato con la fede, e magari sono messi in crisi, come noi tutti, dal tempo difficile che stiamo vivendo. Allora non si tratta di dare i compiti a casa, ma di riscoprire e suggerire gesti, momenti, parole per nutrire la fede e favorire una mistagogia della vita che permetta di riconoscere la presenza operante dello Spirito dentro l’agire umano[4].


Alle famiglie, infatti, è stato affidato un compito a cui non erano preparate, e le prassi hanno evidenziato una certa incapacità e inadeguatezza a compiere un gesto di fede, a percepirsi ministerialmente idonee e legittimate nell'esercizio del proprio sacerdozio battesimale. É come se ai cristiani di oggi fossero venute meno le parole e i gesti; un oblio, che ha prodotto anche un certo sconforto e un bisogno, spesso inespresso (soprattutto in occasione della malattia o della morte di un proprio caro), a cui la pastorale ordinaria non ha saputo offrire dei significativi itinerari di fede. La famiglia, così tanto evocata ed invocata, che gli Orientamenti pastorali della CEI per il decennio 2010-2020 vorrebbe protagonista attiva e ministerialmente riconosciuta nel suo compito di aiutare la parrocchia a diventare famiglia di famiglie (n. 38), sembra non essere consapevole del proprio ruolo. Questo compito ministeriale, più volte ribadito sia nell'incontro mondiale delle famiglie del 2012 che nelle riflessioni della 47° Settimana Sociale dei Cattolici (La famiglia, speranza e futuro per la società italiana) e, successivamente, anche nei due sinodi voluti da papa Francesco, non hanno maturato significativi cambiamenti. Anche gli Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia (n. 28, 69) fanno appello ad una famiglia consapevole, corresponsabile, collaboratrice attiva della missione evangelizzatrice della Chiesa, ma all'auspicio non fa seguito un reale riconoscimento della propria soggettualità e specifica ministerialità, se non in modo suppletivo.


Siamo di fronte, da parte della Chiesa, a una sorta di invocazione di un soggetto pastorale, la famiglia, che però, troppo sovente, non viene sostenuto da una corrispondente azione indirizzata a offrire occasioni che permettano a quel soggetto di crescere nella propria vocazione laicale e matrimoniale. E mettere a disposizione quei frutti che l’attuale stagione ecclesiale ormai reclama[5].


Si è così reso evidente ciò che già conoscevamo: uno scarto tra la famiglia invocata e la realtà delle famiglie di oggi, con le loro complessità, contraddizioni, originalità. Un modello idealizzato, il più delle volte irreale (cf. AL 57), che ha invocato uno stereotipo ormai del tutto superato, con un ruolo ministeriale di tipo suppletivo, legato ad una situazione di emergenza[6]. Così afferma anche il teologo Currò:


La catechesi dovrà spingersi sul fronte di prendere sul serio che le famiglie sono soggetto attivo nella iniziazione alla fede e non solo aiutanti dei catechisti parrocchiali. Il loro protagonismo nella generazione alla fede è il «magistero della vita», dal tono affettivo ed esistenziale, perché la catechesi in famiglia è più testimoniata che insegnata, più occasionale che strutturata[7].


Infine, sul versante propriamente liturgico, la crisi pandemica ha messo in luce come la celebrazione della Messa ha con il tempo divorato ogni altra forma orante della Chiesa. Non è un caso che, durante il tempo del lockdown, sono state poche le proposte di forme celebrative alternative e, in generale, alla mancanza del raduno domenicale si è ovviato mediante il ricorso a sostitutivi di un unico modello celebrativo:


Dire messa e sentire messa, rispettivamente da parte dei chierici e dei fedeli, sembra comunque l’unico orizzonte possibile. Anche in assenza di comunità in presenza, sembra che l’unico vero registro comunicativo, su cui poter lavorare, resti solo la messa. Mentre la liturgia oraria, la liturgia della parola, la liturgia penitenziale, le meditazioni, le predicazioni sembrano avere dignità solo se c’è la messa. Alla messa può stare accanto, in qualche caso, soltanto il rosario, o la adorazione eucaristica sullo schermo[8].



2. Una ricchezza da non perdere


Se nelle comunità domestiche dei primi secoli, vi era un legame di continuità tra la comunità familiare e la comunità cristiana, gradualmente, la istituzionalizzazione liturgica della basilica ha sostituito, e progressivamente, divorato, le forme di ritualità domestiche. Infatti, come sappiamo dalla storia, la progressiva e crescente istituzionalizzazione delle parrocchie produsse un graduale assorbimento delle domus ecclesiae, determinandone ben presto la scomparsa e la conseguente organizzazione dei ministeri ecclesiali[9]. Con il tempo si accentuò così quel solco tra la sfera religiosa e quella laica relegando, di fatto, l’ambito familiare nella categoria del profano. Questo confinamento, anche se parzialmente colmato con la visione ecclesiologica del Vaticano II, di fatto non ha mai conosciuto una effettiva attualizzazione e riconversione[10].

Infatti, è come se con il tempo si fosse aperta una crepa che ha gradualmente allontanato la comunità domestica e la comunità parrocchiale, rendendole estranee e, dunque, più sole. Di conseguenza anche la liturgia, che costituisce il linguaggio attraverso cui una comunità vive ed esprime il proprio essere Chiesa, soffre molto spesso per un certo scarto fra l’atto rituale e la dimensione umana, concreta, mutevole della comunità domestica. Gradualmente, abbiamo visto sgretolarsi e smarrirsi anche quella gestualità orante che costituiva una sorta di ritualità propria della casa, con i suoi ritmi, oggetti, linguaggi e stili propri. Una pietà domestica che si è sempre più assottigliata, fino a smarrirsi, in alcuni casi, sostituita dalla centralità dell’eucaristia domenicale, ma il più delle volte lasciando solo un vuoto. Eppure, come abbiamo osservato nei giorni del confinamento, anche da parte delle famiglie non praticanti o saltuarie, vi è un desiderio, un anelito nel ritrovare, e in alcuni casi scoprire, una spiritualità della casa.

La liturgia e la catechesi avrebbero dunque bisogno di allearsi per coltivare un’autentica ministerialità laicale, sia sul fronte della trasmissione di fede che nella pratica liturgica, ma superando un’idea univoca dell’unica liturgia (Messa) nell'unico tempio (parrocchia) per riscoprire la santità della casa e della sua tipica modalità celebrativa. Poiché la casa domanda una santità diffusa, che abbraccia la varietà dei luoghi in cui la famiglia vive, attorno a cui si articola una ritualità semplice e delicata[11]. Al tempo stesso, la liturgia potrà ritrovare il gusto per una ritualità più variegata e con diverse soglie di esperienza orante. Infatti:


Proprio questa articolazione permetterebbe un gioco diverso dei soggetti, dei ministeri e delle responsabilità. Soprattutto potrebbe rispettare una necessaria differenziazione dei modi, dei luoghi e dei tempi. Proprio a causa delle attuali limitazioni fisiche, spaziali e temporali, potremmo avere la opportunità di riarticolare l’esperienza rituale[12].


Ciò che andrebbe approfondito e riscoperto è il proprium e specificum di questo sacerdozio battesimale, in un recupero del tema della partecipazione liturgica di un agire rituale che fa della casa il luogo originario di una liturgia propria e, dunque, non solo suppletivo. Poiché, come ci ricorda lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica:


È qui [nella casa, ndr] che si apprende la fatica e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il perdono generoso, sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino attraverso la preghiera e l’offerta della propria vita (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1657).


Dalle ceneri della pandemia, dunque, potrebbe rinascere una nuova alleanza tra la liturgia, la catechesi e la famiglia che, come ci ricorda mons. Castellucci, può costituire una ricchezza da non perdere:


Nella Chiesa è rispuntata in questi mesi la dimensione domestica. Piuttosto trascurata, l’esperienza della Chiesa domestica si è rivelata uno spazio praticabile. Le fatiche delle relazioni in alcune famiglie non hanno impedito che molte case diventassero veri e propri «centri pastorali», dove si leggeva il Vangelo, si pregava, si viveva la prossimità, si celebrava una liturgia. […] Annuncio, liturgia e carità hanno quindi ritrovato l’habitat loro proprio nei primi secoli dell’era cristiana. Anche il sacerdozio comune e il culto spirituale hanno preso forma concreta nelle case. La sfida sarà di mantenere questa ricchezza, evitando di tornare a delegare l’intera vita cristiana al «centro parrocchiale». La celebrazione eucaristica, reclamata qualche volta in questi mesi con toni sguaiati contrari al suo stesso significato – comunione, condivisione, prossimità è «fonte e culmine» della vita e attività ecclesiale; ma tra la fonte e il culmine abita la vita quotidiana, la cui cifra simbolica è proprio la casa[13].


La preghiera della famiglia, infatti, non dovrebbe essere relegata ad un semplice surrogato emergenziale né ridursi ad una dimensione alternativa all'Eucaristia domenicale, ma costituire una vera e propria pastorale ordinaria poiché essa, nonostante tutto, si è rivelata uno spazio praticabile e una ricchezza da non perdere. Tra la fonte e il culmine della vita della Chiesa, infatti, c’è la casa. Così afferma anche l’Esortazione post sinodale Amoris Lætitia: «I momenti di preghiera in famiglia e le espressioni della pietà popolare possono avere maggior forza evangelizzatrice, più di tutte le catechesi e tutti i discorsi» (AL 288). Il tema della liturgia domestica domanda, dunque, di assumere la questione da un punto di vista nuovo, eppure dal sapore antico: la casa e tutto ciò permetterà anche alla liturgia della Chiesa di ritrovare se stessa. La dimensione della Chiesa domestica, come tutti sappiamo, è una cifra identitaria del cristianesimo che attorno a questo paradigma ha costruito e disegnato se stessa.


Le famiglie hanno bisogno della Chiesa e la Chiesa ha bisogno delle famiglie per essere al centro della vita e nei moderni ambiti di vita. Senza le Chiese domestiche la Chiesa è estranea alla realtà concreta della vita. Solo attraverso le famiglie può essere di casa dove sono di casa le persone. La comprensione come Chiesa domestica è dunque fondamentale per il futuro della Chiesa e per la nuova evangelizzazione[14].


Una liturgia domestica capace così di addomesticare la liturgia della Chiesa.



3. Per una grammatica della liturgia domestica


Resta a questo punto da chiedersi: come si caratterizza una ritualità domestica, senza correre il rischio di mistificazioni sacrali, o appiattimenti esistenziali? Quale ministerialità ne consegue? Possiamo tentare qualche passo e suggerire delle tappe.

Gradualità. Innanzitutto è bene tenere conto della grande varietà che caratterizza la comunità familiare. oggi i cammini di fede sono diversificati e frammentati; spesso il pregare insieme è difficile anche in quelle case dove la pratica di fede è abituale, ma solo nello spazio pubblico della parrocchia o del gruppo ecclesiale di appartenenza. Oppure, al contrario, incontriamo persone che individualmente vivono un profondo rapporto con Dio, ma fanno fatica ad armonizzarlo nella vita quotidiana e/o a viverlo nella famiglia. Le proposte di liturgia familiare dovrebbero, dunque, tener conto di queste differenze e offrire una maggiore gradualità nella proposta rituale. A questo proposito, le liturgie domestiche proposte nelle catechesi di papa Francesco posso essere ispiratrici: il segno della Croce, la festa dell’onomastico, la preghiera del Padre nostro, l’aprire il Vangelo, benedire i figli, la ritualità del presepe, guardare il crocifisso[15]. Ma vi sono anche famiglie abituate ad una certa prassi celebrativa in casa, che in questo tempo di assenza delle abituali liturgie in Chiesa, hanno assaporato e in alcuni casi ritrovato la bellezza per una liturgia dal sapore più familiare e coinvolgente, soprattutto per i più piccoli. Non sono poche le segnalazioni di un ritrovato gusto per la condivisione di momenti più intimi, di cui non si vorrebbe perdere la preziosità. Per questo, molte parrocchie e diocesi, anche dopo la ripresa delle celebrazioni domenicali, hanno continuato a proporre liturgie domestiche per le domeniche e le feste (non in alternativa alla celebrazione eucaristica domenicale, ma ad integrazione)[16]. Dunque, delle proposte celebrative che prevedono diverse soglie: dai piccoli gesti rituali a delle vere e proprie liturgie domestiche.

Uno sguardo credente. Un secondo compito, che coinvolge sia la liturgia che la catechesi, è costituito dall'iniziare le famiglie ad uno sguardo credente sulle diverse situazioni di vita. Infatti, come ci ricorda Franca Kannheiser:


Non è possibile inserire significativamente momenti di preghiera, riti e celebrazioni religiose, narrazioni bibliche là dove non c’è l’abitudine a comunicarsi pensieri e sentimenti, dove manca qualsiasi ritualità del quotidiano, dove non si festeggia e non si narra abitualmente. Questi presupposti antropologici vanno presi in considerazione e approfonditi anche negli incontri con i genitori che si organizzano nelle nostre parrocchie. Allo stesso modo molti adulti vanno rieducati alla comprensione e all'uso del linguaggio simbolico, grammatica di ogni linguaggio religioso[17].


Dunque è necessario prendersi cura di quel tessuto umano/spirituale che costituisce il principio e fondamento per qualunque esperienza di fede. A questo presupposto antropologico, va innestata una graduale iniziazione alla dimensione simbolica e lasciarla scorrere nella vita familiare:


É necessario per tutti, credenti e non, cristiani distratti o praticanti, riscoprire la forza vivificante dei riti e farla scorrere nelle vene della vita familiare. Pena per tutti di perdere la sensibilità per la dimensione profonda dell’esistenza e per i cristiani di non riconoscere il passaggio lieve del Dio nella propria storia[18].


La catechesi e la liturgia hanno dunque in comune un compito: restituire la grammatica simbolica dell’esperienza di fede: un’opera di alfabetizzazione dell’incanto attraverso una pratica di quella misteriosa trama di intreccio di linguaggi gestuali e verbali di cui la liturgia e la catechesi sono stati per lungo tempo custodi e pedagoghi. Infatti, il contesto contemporaneo, così ricco di forza comunicativa, rischia di frastornarsi nella dispersione, smarrendo ciò che ci rende autenticamente umani: la capacità simbolica. È ciò che Charles Taylor definisce con l’espressione: disincanto o de-magnificazione[19]. Occorre dunque costruire un cammino di iniziazione cristiana che preveda tre elementi essenziali: la magia della vita, l’orizzonte biblico, l’esperienza liturgico-rituale, in una circolarità feconda tra la casa e la comunità cristiana, la famiglia e la comunità cristiana. Un sentiero di didattica del simbolo capace di aprire gli occhi del cuore a quella dimensione profonda della realtà umana fino a scorgerne il suo orizzonte trascendente. Non si tratta di una comprensione intellettuale, quanto piuttosto di una pratica attraverso piccole esperienze quotidiane. Poiché vi sono delle esperienze fondamentali della vita che si addensano attorno ad alcune simboliche che vanno di nuovo riconosciute, frequentate, praticate. Oggi occorre tornare ad esporsi ad esse fino a gustarne la bellezza e fecondità.


Porsi sulla via del simbolo non significa estraniarsi dalla realtà, ma aprire gli occhi su di essi e sul mondo in cui si vive per ristabilire un contatto, non banale, che sappia andare oltre la superficie dei fenomeni. […] Il simbolo è una strada che conduce a quella dimensione del reale che non si esaurisce nel dato sensibile; esso è finestra su un mondo non definito dai nostri concetti e calcoli, ma intravisto, forse esplorato a tentoni in alcuni momenti di grazia[20].


Alla riscoperta della ritualità della vita occorre inserire un ampliamento dell’orizzonte semantico facendone cogliere il nesso con la storia della salvezza e la tradizione della Chiesa. Una ritualità significativa Infine, il simbolo va vissuto e consumato nell’esperienza liturgico-rituale attraverso una ritualità semplice, profonda e affettuosa. Poiché l’efficacia del linguaggio simbolico non è data dai discorsi e dalle parole, dai significati spiegati e dalle strategie di coinvolgimento, ma dal contesto affettuoso che dà senso ad ogni gesto. L’efficacia del linguaggio simbolico riguarda, infatti, primariamente l’intimità emozionale[21].



4. La santità della casa


Infine, l’esperienza della pandemia ci ha permesso di constatare come le proposte celebrative hanno riproposto modelli e stili di preghiera tipici della vita ecclesiale/parrocchiale, generalmente con poca fantasia e creatività (ad es. la liturgia della Parola, Rosario, Via crucis). Abitualmente, le liturgie proposte sono state piuttosto sbilanciate sul versante verbale (testi biblici, meditazioni, preghiere) e poco sul fronte gestuale. Anche i luoghi e i tempi sono stati raramente variegati (generalmente la tavola, l’angolo della preghiera e per i tempi la domenica, la festa). In rari casi, alcune proposte hanno tentato di dilatare lo spazio liturgico della casa proponendo altri luoghi come: la porta, la finestra, la cucina (vedi proposta delle celebrazione domestiche di: www.insiemesullastessabarca.it) e di valorizzare alcuni momenti della giornata (il rito del buongiorno e la buonanotte) come una sorte di liturgia oraria domestica[22]. Mentre la grammatica rituale della fede si apprende nelle cucine, in pigiama, nelle camere da letto, sulla porta di casa, fatta di avvenimenti quotidiani piccoli e grandi che, se tessuti da una narrazione genitoriale, si fanno esperienza di trascendenza[23]. Tutto questo non deve sorprenderci, poiché al contrario della tradizione ebraica che ancora oggi riserva alla casa alcuni momenti celebrativi di fondamentale importanza (la preghiera del pasto, la festa dello shabbat, il seder di Pasqua), la liturgia cristiana, ad eccezione di alcune espressioni della pietà popolare (oggi quasi del tutto scomparse come il presepe, la preghiera dei pasti, il rosario in casa), non fa della casa il luogo proprio di una ritualità domestica. Unica eccezione, poco conosciuta, è il libro del Benedizionale[24], che contiene una intera sezione dedicata alla comunità familiare, concepita come vero e proprio soggetto celebrante (benedizione dei bambini, benedizione dei figli, benedizione di una madre prima e dopo il parto, benedizione dei pasti, ecc)[25], ma di fatto, questa pratica è quasi del tutto sconosciuta e celebrata solo in rare occasioni.



5. Conclusione:

dalla casa alla chiesa e dalla chiesa alla casa


La liturgia e preghiera in famiglia devono, dunque, sviluppare tempi e modi differenti del proprio declinarsi. Sarebbe errato, infatti, ricadere in una contrapposizione sacro/profano e fare della casa un luogo da sacralizzare e della liturgia un luogo solo esistenziale. Occorre, nella differenza, ristabilire una circolarità tra la casa e la Chiesa, la liturgia ecclesiale e la liturgia domestica senza confusione né contrapposizione nella consapevolezza di attingere da una unica fonte che permetterebbe anche alla liturgia di ritrovare nuova linfa vitale. Poiché, come ci ricorda Andrea Grillo, «i rituali familiari liberano i riti ecclesiali dallo loro presunzione astratta, mentre i riti ecclesiali liberano i rituali familiari dal pericolo di una autorefenzialità senza trascendenza»[26].

La casa, oggi, ha bisogno di riscoprire la sua trascendenza e la Chiesa una sua maggiore familiarità. Poiché, come ci ha ricordato mons. Castellucci: «tra la fonte e il culmine abita la vita» che conosce i suoi riti, parole e gesti, luoghi e tempi, ruoli e stili propri, che non hanno bisogno di sostituirsi né confondersi con la liturgia propria della Chiesa ma, al contrario, conoscono una propria santità e una densità simbolica da riaccendere e una possibile apertura teologica da valorizzare. Tutto questo aiuterà non solo la famiglia a riscoprire una propria spiritualità, ma anche la liturgia a ritrovare la propria umanità. I riti, infatti, sono forme di vita che custodiscono le dimensioni fondamentali dell’esistenza umana, in un tempo di identità disperse e al singolare in cui la dimensione spirituale viene relegata in una sfera puramente privata, invisibile e inafferrabile, senza alcuna concretezza sociale né rapporto con la vita reale; la preghiera domestica può avere qualcosa di prezioso da offrire: essa può farsi ospitale di una identità ritrovata e restituire i gesti semplici della condivisione, della fraternità, della comunione. Una ritualità da abitare, in cui imparare a stare accanto all’altro, casa in cui tornare per ritrovare se stessi e in cui celebrare l’avvento dell’Altro.

A questo scopo, la riflessione catechetica e liturgica più recente può venire in aiuto anche alla nostra riflessione e costituire un terreno di comune lavoro. In generale il presupposto è il superamento di una visione generica dell’umano che viene rapportato alla fede solo in modo sovrapposto o giustapposto: «Si tratta, più che di rapportare estrinsecamente Vangelo e umano, di ri-situare il Vangelo nei luoghi che gli sono consoni perché riprenda suono […]. Poiché l’umano prima di essere raggiunto dalla proposta di fede è già attraversato da tracce divine»[27].

Dunque, la preghiera domestica non va intesa in un contesto spazio-tempio ma, al contrario, un segno-presenza attorno a cui ritrovare e risignificare il senso dello stare insieme. La celebrazione si farà spazio e troverà spazio nella casa, lì dove le persone ne immaginano e desiderano la presenza. Il primo luogo della preghiera è, infatti, lì dove la famiglia incrocia i propri sguardi, tesse le trame delle proprie relazioni, vive e sperimenta le gioie e le fatiche di quella santità affettiva che costituisce l’essenza stessa della vita domestica. Lì si celebrano quelle ritualità familiari che sono l’alfabeto orante di ogni famiglia. Questo è dunque il compito della Chiesa: ricollocarsi nella vita per illuminarla alla luce del Vangelo[28].

E la liturgia? Ad essa spetta il compito di dare forma e carne ai tempi, avvenimenti, alle relazioni, ai desideri inespressi. La liturgia infatti custodisce le dinamiche elementari della fede: il ritmo del feriale e del festivo, lo scandire delle ore della giornata, la ritualità della tavola, i riti di passaggio (nascita, adolescenza, malattia, morte), i gesti del perdono, l’accensione della candela, il posare lo sguardo su una immagine, la preziosità del silenzio e dell’ascolto, la gioia del cantare ed esultare, le parole della preghiera, ecc. La liturgia può insegnare alla famiglia una lingua madre, ma come ogni madre dovrà insegnare a farlo in modo graduale, a partire dalla riscoperta dei simboli primari fino ad una progressiva comprensione della liturgia della Chiesa. Questi momenti profondamente simbolici, infatti, sono già l’esperienza concreta di quei valori umani e spirituali sottesi ad ogni liturgia[29] (MF, Praenotanda, n. 9). La casa, i riti quotidiani, le presenze che la abitano sono così espressione di una vita che si fa liturgia e attuazione di una liturgia addomesticata che respira la trascendenza del quotidiano. Questa particolare trasmissione della fede, che il cardinal Martini definisce «non dei nomi astratti di Dio, ma degli aggettivi»[30], cioè delle atmosfere affettuose, della semplicità disarmante, dell’essenzialità solenne, della cura delle relazioni, dei tempi adatti a ciascuno, degli spazi di vicinanza, delle ministerialità più allargate e variegate, dei rituali più flessibili, saprà rendere la presenza di Dio, spesso percepita così lontana e astratta, come di nuovo concreto e vitale e contribuire ad una liturgia dal volto più umano e familiare.


M. B.

anna66morena@gmail.com

[1] Cf. S. Noceti, «Com/partecipare», in Insieme sulla stessa barca, ed., Dalle finestre di casa. Sguardi sapienziali in tempo di pandemia, Queriniana, testo in pdf (https://www.queriniana.it/libro/dalle-finestre-di-casa-3308 ultima consultazione 28/04/2021). [2] Cf. P. Carrara, «La Chiesa alla prova della pandemia», in Il Regno Documenti 19 (2020) 589-600. [3] Cf. A. Join-Lambert, «Lezioni di confinamento per la Chiesa. Uno sguardo oltre la crisi», in La Rivista del Clero Italiano 1 (2020) 812-824; Id., «Les Liturgies Domestiques en temps de confinement. Une enquȇt pour orienter la pastorale liturgique post-covid-19»,in La Maison-Dieu 302/4 (2020) 165-188; A. Ciucci, «“Tesoro domestico”. Interrogativi a partire dal triduo pasquale celebrato in famiglia», in Il Regno-attualità 10 (2020) 264s; D. Olivero, «Non è una parentesi», in Id., ed., Non è una parentesi. Una rete di complici assetati di novità,Effatà, Cantalupa (TO) 2020, 11-33; E. Massimi, «Celebrare il triduo pasquale in famiglia», in Rivista di Pastorale liturgica numero speciale in PDF (https://www.queriniana.it/libro/rivista-di-pastorale-liturgica-3307 ultima consultazione 28/04/2021), marzo 2020, 48-51. [4] M. Roselli, «Catechesi e liturgia in famiglia», in Rivista di Pastorale Liturgica, numero speciale in PDF (https://www.queriniana.it/libro/rivista-di-pastorale-liturgica-3307 ultima consultazione 28/04/2021), marzo 2020, 9-14. [5] A. Colzani - F. Dossi, «La famiglia oltre la retorica», in La rivista del clero italiano 9 (2015) 568. [6] Cf. F. Pesce, Oltre la famiglia modello. Le catechesi di papa Francesco, EDB, Bologna 2016. [7] S. Currò, L’orizzonte educativo-corporeo-affettivo della catechesi. Ripartire dalla famiglia?, intervento al Congresso dell’Equipe europea di Catechesi (EEC), Madrid 31 maggio - 5 giugno 2017, Pro manuscripto; cf. H. Derroitte, «Famiglia e trasmissione della fede», in Rivista del clero Italiano 11 (2009) 734-752. [8] A. Grillo, «La nostalgia e il desiderio della liturgia. Lo spazio delle comunità residuali»,in Rivista di Pastorale Liturgica, numero speciale in PDF (https://www.queriniana.it/libro/rivista-di-pastorale-liturgica-3307ultima consultazione 28/04/2021), marzo 2020, 4-8. [9] Cf. V. Bo, «La storia della parrocchia», in Id. - S. Dianich - C. Cardaropoli, Parrocchia e pastorale parrocchiale, EDB, Bologna 1986, 12-53. [10] Cf. E. Castellucci, «Chiesa domestica. “Famiglia cristiana” come “piccola Chiesa”», in R. Fabris - Id., ed., Chiesa domestica. La Chiesa-famiglia nella dinamica della missione cristiana, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2009, 151-168. [11] Suggestiva la proposta di Andrea Grillo delle tre “T”: la tavola, il talamo e la toilette, in Id., «Ritualità familiare e rito cristiano: nuovi orizzonti di comprensione della vita cristiana», in D. Falco - S. Nicolli, ed., Famiglia e liturgia, Cantagalli, Siena 2009, 19-20. Nello stesso volume si veda anche: F. Magnani, «La preghiera familiare: luogo dove si celebra la vita»: 179-189. [12] Grillo, «La nostalgia e il desiderio della liturgia. Lo spazio delle comunità residuali», 5. [13] E. Castellucci, «Il “Credo” alla prova del Coronavirus», in E. Castellucci - T Halik - G. Lafont, ed., Cambiamenti d'epoca. La Chiesa nell’abbraccio dello Spirito, (Italian Edition), EDB-Edizione Kindle 2020. [14] W. Kasper, Il Vangelo della famiglia, Queriniana, Brescia 2014, 40. [15] «Questi giorni tutti in quarantena a casa chiusi guardiamo il Crocifisso e apriamo il Vangelo, questo sarà per noi una grande liturgia domestica»: Francesco, Udienza generale dell’8 aprile 2020. [16] Tra le tante proposte si segnalano: il Sussidio dell’Ufficio Liturgico Nazionale nei tempi di Quaresima-Pasqua (https://liturgico.chiesacattolica.it/sussidio-per-le-celebrazioni-domestiche-in-tempo-di-pasqua/ ultima consultazione 28/04/2021) e le liturgie domenicali per le famiglie proposte dal gruppo Insieme sulla stessa barca (https://www.insiemesullastessabarca.it/ ultima consultazione 28/04/2021). [17] F.F. Kannheiser, «Celebrare la vita in famiglia», in Rivista di Pastorale Liturgica 1 (2017) 57. [18] Kannheiser, «Celebrare la vita in famiglia», 57. [19] Cf. C. Taylor, Incanto e disincanto. Secolarità e laicità in Occidente, EDB, Bologna 2014. [20] F.F. Kannheiser, Io sono una pianta fiorita. Il simbolo nell’IRC, EDB, Bologna 2011, 27-32. [21] Sull’importanza della dimensione affettiva del linguaggio simbolico, cf. D. Cravero, Il mondo magico del bambino. Un percorso parrocchiale di catechesi 0-6 anni, Leumann (TO) 2012, 39-41. Sull’iniziazione simbolico rituale cf. F.F. Kannheiser, «Andar per simboli», in Rivista di Pastorale liturgica 2 (2017) 19-12; A.M. Baldacci, «Catechesi, liturgia e famiglia nella “prima arcata” dell’iniziazione cristiana», in Rivista Liturgica 3 (2017) 97-110; Id., «L’educazione liturgica», in L. Girardi, ed., La mistagogia. Attualità di una antica risorsa, Atti della XVI Settimana di Studio dell’Associazione Professori di Liturgia, Alghero 26-30 agosto 2013, Roma 2014, 173-205. [22] Una panoramica delle diverse esperienze di liturgie domestiche nel tempo della pandemia sono state presentate da D. Piazzi, «Per la preghiera domestica. Testi dal web», in Rivista di Pastorale liturgica, numero speciale in PDF, marzo 2020, 52-58. [23] Cf.F.F. Kannheiser, «Trama e ordito: esplorare il linguaggio delle relazioni familiari», in Ufficio Catechistico Nazionale, Incontriamo Gesù. Annuncio e catechesi in Italia alla luce degli orientamenti nazionali, EDB, Bologna 2014; L. Benavides, Initier les enfants au silence et à la prière, Ed. Salvator, Paris 2010. [24] Cf. Conferenza Episcopale Italiana, Rituale romano riformato a norma dei decreti del concilio Ecumenico Vaticano II e promulgato da papa Giovanni Paolo II, «Benedizionale», Città del Vaticano 1992 (=Ben). [25] Per un approfondimento sui riti familiari nel benedizionale, vedi V. Trapani, «La famiglia introduce i bambini alla simbolica della vita liturgica», in Rivista liturgica 3 (2017) 67-83. [26] A. Grillo, «Ritualità familiare e rito cristiano: nuovi orizzonti di comprensione della vita cristiana»: 24-25. [27] Currò, L’orizzonte educativo-corporeo-affettivo della catechesi. Ripartire dalla famiglia?, intervento al Congresso dell’Équipe europea di Catechesi (EEC), Madrid 31 maggio - 5 giugno 2017, Pro manuscripto. [28] Cf. D. Cravero, A tavola come all’altare. Le liturgie familiari, Messaggero, Padova 2014. [29] Cf. Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti, Praenotanda, Direttorio per le messe dei fanciulli (=MF), del 1 novembre 1973, in Enchiridion Vaticanum IV, 2618-2671. [30] C.M. Martini, «Trasmettere la fede celebrandola in famiglia (2Tm 1,1-7)», in La rivista del clero italiano 12 (2006) 802-809.

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